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La sostenibilità delle coltivazioni di caffè

NEWS/NATURA/MATERIALI

Coltivazioni di caffé poco sostenibili e sempre più intensive, questa è la realtà che si cela dietro la tazzina del nostro ‘espresso’ del mattino o del dopo pasto preferito.

 

 

Il caffè è al secondo posto tra le materie prime commercializzate a livello mondiale dopo il petrolio. La coltivazione del caffè interessa circa 70 Paesi situati nelle zone tropicali a clima caldo-umido. 
I primi 4 Paesi produttori (Brasile, Vietnam, Indonesia e Colombia) forniscono circa il 63% della produzione totale, mentre i primi 10 rappresentano circa l'85% del totale.

Il 47% della produzione mondiale si svolge nei Paesi del Sud America (tra cui Brasile, Colombia, Perù); l'Asia produce il 30% (i principali produttori sono Vietnam, Indonesia e India); mentre il Centro America è responsabile del 15% della produzione mondiale (con i paesi: Honduras, Messico e Guatemala). La parte rimanente è di competenza dell'Africa e in particolare di stati quali: Etiopia, Uganda e Costa d'Avorio. 
I Paesi consumatori importano caffè crudo e lo trasformano al loro interno in caffè tostato, per poi essere avviato al consumo in forma di grani, macinato o solubile. In testa alle importazioni si trovano gli Usa, che da soli assorbono una quota pari al 24% del totale, seguiti da Germania, Italia e Giappone. L'Italia è uno dei Paesi più importanti al mondo per l'importazione e la lavorazione del caffè verde ed è inoltre il sesto mercato in termini di consumo, dopo Usa, Brasile, Germania, Giappone e Francia. 


Non più l’ombra dei campi di montagna, ma il pieno sole delle ampie distese di terreni. Ragioni strettamente economiche, quali l’andamento dei prezzi e il costo del lavoro, hanno reso le coltivazioni di caffé sempre più intensive e meno sostenibili, con grave pregiudizio per la tutela ambientale e la biodiversità.

I pericoli sono evidenti, poiché la coltivazione intensiva adottata dai grandi produttori con l’obiettivo di massimizzare i rendimenti attraverso la monocoltura e l’abbondante ricorso ai prodotti chimici di sintesi, che comportano il deterioramento dei terreni e dell’ambiente circostante, minacciando la biodiversità.

Secondo un recente studio, realizzato dai ricercatori texani dell’Austin’s College of Natural Science e pubblicato su BioScience, dal 1996 ad oggi, a fronte di una crescente produzione globale di arabica, la percentuale di terreno coltivato in zone ombrose con piante di questa specie è calato del 20%, così che la produzione sostenibile all’ombra è arretrata dal 43 al 24% del totale.

(fonte TUTTOGREEN

 


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