Dopo la morte di Carlo Magno, a muoversi fra imperatori, sovrani e vescovi c’è solo un uomo dotto. Che accoglierà eretici e fuggiaschi nel nome della cultura

 

 

 

 

Nell’811 d.C., tre anni prima di morire, Carlo Magno detta il suo testamento. Fra i testimoni spicca Unroch II, fedele compagno di tante avventure militari in giro per l’Europa: a lui spettano ampi territori nel Ducato del Friuli. Carlo conosce bene questa regione: pochi anni prima, alla corte di Aquisgrana, ha accolto Paolino di Aquileia e Paolo Diacono, celebre autore della Historia Langobardorum («Storia dei Longobardi»). Ed è proprio ad Aquisgrana, in quel cenacolo di intellettuali passato alla storia come Schola Palatina, che in quegli anni si sta formando una nuova cultura di respiro europeo, sotto la guida del grande Alcuino di York. L’idea è tanto semplice quanto geniale: in tutti i territori del Sacro Romano Impero, da Amburgo a Benevento, viene imposta una sola liturgia per la messa, una sola scrittura (la cosiddetta ‘minuscola carolina’), una sola lingua latina standard, finalmente depurata dai localismi, e un solo modello educativo per le classi dirigenti, basato sulla progressione dal ‘trivio’ (grammatica, retorica, dialettica) al ‘quadrivio’ (aritmetica, geometria, astronomia, musica).

L’attuazione di questo vasto programma culturale passa soprattutto per i monasteri, i veri custodi del sapere antico. Ma almeno in un caso passa anche per una biblioteca privata: quella di Eberardo del Friuli, figlio di Unroch II, originario della città francese di Cynoing.

 

 

Morto Carlo Magno e dopo le scorrerie dei Bulgari in Pannonia (828), l’imperatore Ludovico il Pio affiderà proprio a Eberardo la riorganizzazione della Marca del Friuli.

Consapevole dell’enorme responsabilità, Eberardo non si accontenta di riorganizzare l’esercito per sbarrare la strada ai possibili invasori: già nell’830 è infatti dedicatario del Liber legum, il «Libro delle leggi» vergato per lui da Lupo di Ferrieres, uno dei massimi intellettuali dell’epoca. È la prova del riassetto politico del Friuli, ma anche dei rapporti internazionali che Eberardo sta tessendo, da buon allievo di quella Schola Palatina che cercherà, nel suo piccolo, di replicare per tutta la vita: di qui il suo amore per la letteratura, che lo porterà a frequentare i più importanti scrittori del tempo, da Lupo di Ferrieres al poeta Sedulio Scoto.

Fra i suoi amici spicca anche Rabano Mauro, autore del De laudibus sanctae crucis, una raccolta di poesie sacre. È questo l’orizzonte culturale, e quindi politico, di Eberardo: un’Europa che tenga insieme Cristianesimo ed eredità classica, sotto l’egida dell’Impero costruito da Carlo Magno.

La dialettica fra imperatore e sovrani, tuttavia, non è affatto piana: la scalata al potere, nel mondo carolingio, anima tutti i principali attori della politica. Fa eccezione proprio il marchese del Friuli, fedele a quell’idea di unità e armonia appresa ad Aquisgrana: così, quando il re d’Italia Lotario I, figlio di Ludovico il Pio e di fatto ‘co-imperatore’, entra in collisione con il padre per questioni  amministrative, il mediatore non può che essere Eberardo.

E quando, alla morte di Ludovico il Pio (840), Lotario I ne eredita il titolo, a negoziare fra l’imperatore e i suoi familiari c’è nuovamente Eberardo, uno dei registi dell’accordo di Verdun (843): l’Italia e il titolo imperiale vanno a Lotario I, le regioni tedesche passano al fratello Ludovico il Germanico e la Francia è assegnata al fratellastro Carlo il Calvo, di cui Eberardo sposa la sorella Gisella.

Nell’855 Lotario I, ormai molto malato, si ritira in convento: con i nuovi accordi di Prüm entrano quindi in scena i figli Carlo, a cui viene concessa la Provenza, e Lotario II, a cui va un territorio esteso dalla Svizzera ai Paesi Bassi passando per la Francia orientale, e Ludovico II, che diventa imperatore e re d’Italia, mentre Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo mantengono i loro precedenti territori.

 

Il matrimonio

Come compenso per i suoi servigi, Ludovico I conferì ad Eberardo il più alto degli onori, ossia la mano della figlia, la principessa Gisella, avuta dalla seconda moglie Giuditta di Baviera.

Dalla moglie Gisella ebbe i seguenti figli:

Eberardo (837 circa – 840);

Ingeltrude (837/840-870), probabilmente sposò Enrico di Franconia;

Unruoch III (840 circa – 874);

Berengario (840 circa – 924), re d'Italia;

Adelardo (m. 874);

Rodolfo (m. 892);

Heilwig (m. 895);

Gisella (m. 863);

Giuditta, sposò in prime nozze Arnolfo I di Baviera ed in seguito Corrado II di Borgogna.

 

Tra le ricche signorie che Gisella portò in dote al marito, il conte Eberardo ricevette anche il fisco di Cysoing; all'epoca il fisco era un'ampia proprietà rurale separata dai domini reali, cioè una sorta di fattoria, dotata di una magione per il proprietario e delle abitazioni per i coloni. Il fisco reale di Cysoing, situato al centro della contea di Pèvele, era uno dei più belli della regione; il luogo parve così piacevole ad Eberardo e alla moglie che essi ne fecero una delle loro residenze abituali.

Eberardo stesso aveva organizzato la sua abitazione in modo tale che assomigliasse più ad un monastero che ad un castello. I poveri e gli ammalati potevano trovare sicurezza, aiuto e protezione a Cysoing. La questione sociale dell'epoca, quella dei servi della gleba, preoccupava Eberardo del Friuli; egli ne aveva liberati parecchi e, nella loro testimonianza, fece di tutto per non impedire la loro libertà. D'altronde Eberardo non si dimenticò neppure di quelli che non aveva emancipato e cercò di ampliare i loro lotti di terreno. Benché egli fosse un uomo coraggioso e temibile, lavorò tutta per la vita per la pace. Le sue virtù private non erano da meno; nella sua posizione privilegiata, si sforzò di preservare la modestia e l'umiltà, di evitare lo splendore e l'arroganza. Il suo zelo nel diffondere la Parola di Dio, nel convertire gli infedeli, venne celebrato in tutta la Chiesa; la sua pietà, il suo amore per le cerimonie di adorazione, la sua devozione ai santi, il suo rispetto per le reliquie era evidente in ogni suo atto.

 

 

Relazioni pericolose

L’ideale unitario di Eberardo si riflette anche in campo religioso. Da avido lettore dei padri della Chiesa, il marchese del Friuli sa che la dottrina è materia in movimento: attorno all’846 non si fa quindi problemi ad accogliere il monaco Gottschalk il Sassone, già da tempo in odore di eresia per la sua tesi della predestinazione. Secondo Gottschalk, la salvezza e la condanna nella vita eterna sono già stabilite da Dio, in un disegno imperscrutabile che Cristo sarebbe venuto ad annunciare non a tutti, bensì a pochi eletti in grado di comprenderlo, gli unici per i quali si sarebbe sacrificato morendo sulla croce: una teoria ferocemente osteggiata da Rabano Mauro, che farà pressioni sull’amico Eberardo per chiedergli di non ospitare più tale scandalum, ma al marchese friulano non sfugge il fatto che queste idee siano già presenti in S. Agostino e S. Isidoro di Siviglia.

Ci vorranno due concili e relative condanne per sottrarre Gottschalk, con la forza, all’ala protettrice di Eberardo, ma ormai tutti i fuggiaschi sanno che il Friuli è luogo sicuro: nell’849 arriva infatti ad Aquileia il coltissimo Anastasio, detto il Bibliotecario per il suo incarico alla corte vaticana, scappato da Roma e poi scomunicato per ragioni tuttora misteriose. Anastasio è uno dei pochissimi, nell’Europa di allora, a conoscere il greco e ad avere accesso diretto al mondo bizantino: non è dato sapere se il suo futuro reintegro nella chiesa di Roma come traduttore di opere greche sia anche opera di Eberardo, ma di certo l’appoggio del marchese friulano non verrà mai meno.

 

Il testamento

Dopo gli accordi di Prüm dell’855 e una serie di spedizioni militari contro Saraceni, Mori, Slavi e Normanni, Eberardo può godersi il meritato riposo. Attorno all’863, a Musestre sul Sile situato nel Contado di Trevigi, redige il testamento assieme alla moglie Gisella: fra le tante disposizioni a favore dei loro nove figli, spiccano quelle relative alla divisione della poderosa biblioteca, composta da quasi 50 volumi, un numero immenso per un laico del medioevo. Troviamo testi patristici, svariati messali e salteri (raccolte di Salmi), le Storie di Orosio (un allievo di Agostino), biografie di santi, un volume del suo vecchio maestro Alcuino di York, libri di storia, geografia, giurisprudenza, medicina e scienze naturali.

A Unroch, il primogenito, spetta un trattato romano di arte militare, il Liber legum che Lupo di Ferrieres aveva confezionato per Eberardo nell’830 e un eccezionale Salterio che molti studiosi identificano nell’attuale codice Reginense latino 11, conservato alla Biblioteca Vaticana. Il manoscritto è ‘doppio’: sulla pagina di sinistra è riportata la traduzione latina dei Salmi compiuta da S. Girolamo a partire dal testo greco (la cosiddetta ‘Bibbia dei Settanta’), mentre su quella di destra è trascritta un’altra versione latina dei Salmi, sempre realizzata da S. Girolamo, ma stavolta a partire dal testo ebraico. Al secondogenito Berengario, nato a Cividale nell’850 circa, va invece un salterio scritto in lettere d’oro e il De civitate Dei («La città di Dio») di S. Agostino, l’opera politico-religiosa più importante del medioevo latino: forse un presagio del futuro destino di Berengario, che diventerà prima marchese del Friuli (874), poi re d’Italia (888) e infine, come Carlo Magno, addirittura imperatore (915). Quasi un premio post mortem alla lealtà politica del padre Eberardo

 

Oltre alla divisione della biblioteca, Eberardo divide ovviamente anche le sue proprietà. A Unruoch III, già suo coadiutore della Marca del Friuli, lascia tutto ciò che possedeva in Lombardia e in Alemagna, ad esclusione di Balguinet.

 

Eberardo morì il 16 dicembre 866.

Nell’868, Unruoch  succede al padre Eberardo nella gestione della Marca del Friuli.

 

 

Francesco di Manzano. Annali del Friuli. Volume 1. 1858

Il marchese mediatore, imagazine.it

 


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