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Categoria: Disastri nella storia
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Intorno al 566, soprattutto le Venezie furono afflitte dalla peste nera. La popolazione fu decimata.

Intorno al 566 ci fu una terribile peste che provocò molte morti. 

Erano passati appena 20 anni e la peste si presento nuovamente. Durante l’inverno del 543 d.C. questo flagello si era diffuso in oriente nell’Azerbaigian, in occidente in Dalmazia, Italia, Spagna, Africa settentrionale e Gallia. Persero la vita moltissimi uomini e donne, specialmente nei centri urbani bagnati dal Mar Mediterraneo.

Il Muratori riporta che in questo anno ci fu una peste che fece strage di popoli. Le campagne restarono deserte.  Nessuno era in grado di mietere il grano o di raccogliere l’uva.  

Venuto il verno, si sentiva per l’aria di notte e do dì un suono di trombe, e a molti pareva d’udire il mormorio di un esercito.

La peste ci fu solo in Italia. La Germania e la Baviera ne furono risparmiate e questo servì da preludio alle calamità che Dio preparava per l’Italia

La peste infierì particolarmente in Liguria e nelle Venezie. La peste venne chiamata anguinaja o bubone.

Paolo Diacono (720-799) scrive in Historia Langobardorum

Comparivano infatti, all’improvviso, certi segni per le case, sulle porte, sui vasi, sui vestiti, e se qualcuno s’industriava a toglierli, rispuntavano fatti sempre più grandi. Di lì a un anno cominciarono a crescere, negli inguini degli uomini e in altre parti del corpo loro più delicate, ghiandole simili a noci o a datteri, cui seguiva un intollerabile ardore di febbre, sicchè, in tre giorni il malato moriva. Se qualcuno riusciva invece a superare quel limite, poteva nutrire qualche speranza di campare la vita. Ovunque però regnava lacrime e lutto , e poiché il volgo credeva di potere, fuggendo, evitare la morte, si lasciavano le vuote dimore alla guardia dei cani; e i greggi restavano nei pascoli soli, senza guida di pastori. Prima avresti veduto borghi  e villaggi pieni d’uomini; il giorno dopo, essendosi tutti dati alla fuga , stagnava sui medesimi un silenzio profondo.  Fuggivano i figli, lasciando insepolte le spoglie dei genitori. Questi, dimentichi del frutto delle loro viscere, abbandonavano  i figli in preda alla febbre bruciante.  Se l’antica pietà muoveva ancora qualcuno a voler dare sepoltura al suo prossimo, rimaneva costui insepolto perché, compiendo l’opera buona, periva, e mentre offriva agli altri  la pietà della tomba , restava egli stesso senza l’onore delle esequie.

Era ridotto il mondo tutto al silenzio dei primordi. Non voce s’udiva nei campi, non fischio dei pastori, nessuna insidia di fiere di fiere impauriva gli armenti, nessun danno incorreva ai domestici uccelli.  I seminati, trascorso il tempo della raccolta, aspettavano intatti la falce del mietitore; la vigna , caduta le foglie che all’uva fanno corona, mostrava illesa le uve ancorchè si avvicinasse l’inverno. Di notte e di giorno ululavano trombe di guerra, e da molti era udito quasi il rumoreggiare di un esercito. Non vi era ormai alcuna di viandante, né scorgevansi tracce intorno di feritori, e tuttavia, per le strade, giacevano cadaveri a perdita d’occhio. Si mutarono i pascoli in cimiteri e le case in tane di belva.

(Libro II, cap. IV)

 

Nell’aprile del 568 Alboino entrò in Friuli e, probabilmente trovò solo desolazione.

 

  1. Muratori, L. A. Annali d’Italia ed altre opere varie - Volume II. (1838).
  2. di Manzano, F. Annali del Friuli ossia raccolta delle cose storiche - Volume I. (1858).
  3. Diaconi, P. Historia Langobardorum - traduzione di Amedeo Giacomini. (1998).
  4. Francesco Palladio degli Olivi, Historia del Friuli, 1660