Massenzio

Massenzio

A Paolino († 802)  era succeduto sulla cattedra patriarcale di Aquileia Orso, il cui episcopato durò fino all’811, quando fu eletto Massenzio che sarebbe durato a lungo, certamente fino all’833 e forse fino all’838, con grandi vantaggi per Aquileia e per la sua Chiesa, che con lui incominciò usufruire di benefici imperiali. Già Paolino aveva pianto sulle condizioni miserabili in cui versava Aquileia e lui stesso aveva operato certamente per restaurare e rinnovare anzitutto la basilica patriarcale in un programma di restaurazione che doveva riguardare lo stesso il patriarcato e la sua autorità. Il 14 giugno Carlo Magno, che aveva concesso benefici fin dal 792, decise che la Drava segnasse il confine tra la giurisdizione aquileiese e quella di Salisburgo: ambedue gli arcivescovi, prima Orso e poi Massenzio per Aquileia e Arnone per Salisburgo si rifacevano a documenti, tra loro non contemporanei, che attribuivano la Carantania all’una o all’altra giurisdizione. Pochi mesi dopo Carlo donò a Massenzio dei possedimenti nelle vicinanze di Aquileia da cui si potevano ricavare risorse per completare con l’atrio e con altre costruzioni ciò che Paolino e Orso avevano potuto già avviare nel rinnovamento e nell’aggiornamento architettonico e funzionale della basilica di Aquileia: furono in tal modo aggiunte le parti antistanti alla basilica (in particolare la “chiesa dei Pagani”), i bracci o transetto, mentre è da pensare che la cripta fosse già stata scavata e aggiunta da Paolino. Si pensa che egli abbia anche fondato il monastero benedettino di S. Martino alla Beligna. Vennero confiscati beni a sudditi ribelli: ad esempio Ludovico il Pio nell’819 concesse a Massenzio i beni di Ardulfo perché tornassero utili al «monasterium Sancte Marie constructum in honorem sanctorum Cantianorum». Nell’824 Massenzio ottenne il possesso di Muzzana e di Zellia (Gail). Nell’830 divenne proprietà patriarcale anche il monastero femminile di S. Maria in Valle a Cividale che era stato di pertinenza regia. Altri privilegi furono concessi infine nell’832. Il nome di Massenzio è legato a un altro evento storicamente fondamentale, a un sinodo solenne che si aprì a Mantova il 16 giugno 827 per dirimere le questioni con il patriarca di Grado, che nell’occasione era Venerio, succeduto l’anno prima a Fortunato II: Grado e le lagune venete rimanevano bizantine, almeno teoricamente, mentre l’Istria, su cui pure esercitava la sua autorità metropolitica il patriarca di Grado, era ormai parte dell’impero franco. Venerio chiese che venissero confermati questi privilegi, ma Ludovico il Pio e Lotario lo invitarono a rivolgersi al papa, appello che Massenzio riuscì a evitare fissando piuttosto un sinodo a Mantova all’interno della sua giurisdizione. Era in discussione e in pericolo la stessa legittimità d’un patriarca di Grado distinto da quello originario di Aquileia. Massenzio poté dimostrare che Grado era stata una semplice “plebs” di Aquileia: i rappresentanti istriani e gli altri vescovi diedero ragione a Massenzio; soltanto più tardi si presentò un delegato del patriarca Venerio, Tiberio, il quale dovette ammettere che san Marco aveva portato la predicazione ad Aquileia. Di conseguenza soltanto il patriarcato di Aquileia era fondato su premesse storiche di legittimità e i diritti metropolitici sull’Istria, che Carlo Magno aveva attribuito a Fortunato II di Grado, spettavano ad Aquileia. Venerio fece ricorso invano contro le decisioni del sinodo di Mantova e tuttavia non venne soppresso il patriarcato di Grado, dal momento che questo rientrava negli interessi crescenti di Venezia; e a Venezia l’anno seguente (828) si fece giungere il corpo di san Marco da Alessandria e in tal modo la città lagunare poté esibire titoli di autorità moralmente anche maggiori di quelli di cui aveva diritto di vantarsi Grado che pure possedeva la cattedra con le formelle in avorio col “racconto” della predicazione di san Marco ad Alessandria ma anche ad Aquileia. Forse con l’energia di Fortunato II, patriarca di Grado un tempo benvoluto alla corte franca, il risultato a favore di Grado sarebbe stato migliore, ma si sarebbe trattato pur sempre d’una forzatura. D’altra parte la questione dei diritti di Aquileia, per il momento risolta favorevolmente, continuò ad essere riproposta e ridiscussa ancora per molti secoli, senza che si giungesse mai alla soppressione del patriarcato di Grado né della sua autorità metropolitica, talora addirittura estesa a parte della Dalmazia. Il patriarcato di Grado venne soppresso nel 1451 sia per riservare a un vescovo più propriamente veneziano, al vescovo di Castello, un titolo maggiore, sia perché dopo il 1420 a Venezia erano venuti a trovarsi addirittura due patriarchi, non soltanto quello di Grado ma anche quello di Aquileia, e ambedue erano riservati ormai alle principali famiglie della Serenissima.

Date

26 Novembre 2020

Tags

Patriarchi, Aquileia, Sergio Tavano