Il Ducato del Friuli fu il primo Ducato creato dai Longobardi e fu tra i più influenti dell’intero regno longobardo .

 Il Ducato longobardo del Friuli

Le etnie dell’esencito Longobardo. Il Ducato del Friuli fu il primo Ducato creato dai Longobardi e fu tra i più influenti dell’intero regno longobardo .  La politica interna dei Longobardi

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Le etnie dell’esercito Longobardo

Quando pensiamo all’arrivo in Italia di Alboino a capo del suo popolo dobbiamo ricordare che, all’interno di esso,  facevano parte anche gruppi che al loro interno avevano una loro identità definita e diversa da quella longobarda, come i Sassoni, che la mantennero pur unendosi ai Longobardi durante il loro spostamento verso l’Italia.

Il concetto di gens può essere inteso come quello di un popolo coeso non solo sul piano biologico, ma soprattutto unito dalla condivisione di un comune patrimonio culturale che ne lega tutti i suoi componenti. Con le migrazioni e gli scontri politici e quindi anche culturali fra vari popoli e l’impero romano, l’elemento fondamentale di coesione delle varie gentes “barbariche” diventa, generalizzando, l’organizzazione del popolo intorno al re e all’esercito.

L’esercito guidato da Alboino era un insieme eterogeneo di gentes, che cooperavano a stretto contatto l’una con l’altra grazie alle vittorie riportate e alla conseguente spartizione del bottino.

Alcune ricercatori ritengono che la morte violenta di Alboino e successivamente quella di Clefi siano l’esito fallimentare di una precisa politica indirizzata a mantenere unita una realtà che non aveva alcun legame culturale e biologico.

 

Il ducato del Friuli

Istituito all’alba del 569 da Alboino, subito dopo fu assegnato a Gisulfo I.

L’organizzazione del Ducato friulano si fondava su quattro “municipi”: Forum Iulii (Cividale), Aquileia, Iulium Carnicum (Zuglio) e Concordia. Vengono, in questo modo, riunite sotto lo stesso governo tutte le terre poste tra il Livenza ed il Timavo.

Le uniche modifiche a tale assetto territoriale riguardarono la temporanea annessione ad est dell’area di Carnium (l’odierna Kranj) e l’occupazione della penisola istriana dal 751 al 774.

Le maggiori conseguenze territoriali derivanti dalla dominazione longobarda nella regione dell’Alto Adriatico furono lo smembramento della X Regio Venetia et Histria e la separazione dell’area costiera da quella immediatamente interna di terraferma che verrà ricompattata solo con la dominazione veneta.

Confini del ducato longobardo del Friuli (580-774).

Confini del ducato longobardo del Friuli (580-774). Clicca sulla figura per ingrandire.

 

Il duca Gisulfo cominciò subito ad assicurare la sua supremazia sulla città e sul territorio circostante. Iniziò quindi la conquista di città vicine e Paolo Diacono ci racconta che si fortificarono a Cormons, Nimis, Osoppo, Artegna, Ragogna, Gemona e Invillino

Alcuni di questi centri vantavano già una storia precedente.

Tutti questi centri contribuirono a formare un vero e proprio confine fortificato ognuno dei quali controllava una via di comunicazione che permetteva l’arrivo in Italia attraverso le Alpi: Cormons controllava la via del Pons Sonti , la stessa che avevano utilizzato i Longobardi, Nimis vigilava la strada pedemontana che congiungeva Cividale ad Artegna la quale, assieme a Gemona, padroneggiava le strade verso il Norico attraverso la valle del Fella e Monte Croce Carnico ; Osoppo e Ragogna controllavano la strada del Tagliamento e, infine, Invillino sbarrava le via della Mauria e della valle del Degano.

Le città fortificate da Gisulfo.

Le città fortificate da Gisulfo. Clicca sull'immagine per ingrandire

 

 

Religione dei Longobardi e Politica interna

Nel momento in cui i Longobardi si insediarono a Cividale cercarono di non alterare completamente l’amministrazione già radicata in questa città. Essi si riservarono per il loro sostentamento un terzo delle terre (la cosiddetta tertia barbarica) così da mantenere il sistema catastale adottato dai Romani.

Per quanto riguarda la religione, invece, inizialmente conservarono le loro usanze pagane ma conservando un atteggiamento di tolleranza verso il cristianesimo. Già con il re Alboino, però, la popolazione cominciò la conversione all’arianesimo, almeno negli ambienti aristocratici.

Il popolo che entrò in Italia attraversando le Alpi Giulie portava con sé un patrimonio religioso complesso e per molti versi contraddittorio.

Le prime informazioni sulla loro fede religiosa sono singolarmente incerte, tanto da far pensare che avesse ragione la storiografi a classica, la quale sosteneva la sostanziale indifferenza dei Longobardi rispetto al cristianesimo. La famosa ambasceria inviata nel 548 dal re dei Longobardi

Audoino a Giustiniano per chiedere l’aiuto bizantino contro i Gepidi, un’altra stirpe germanica loro rivale nella regione balcanica, indicava esplicitamente che i Longobardi erano cattolici: era infatti questo uno dei motivi che, secondo gli ambasciatori di Audoino, doveva portare l’imperatore a scegliere, fra i due contendenti, i Longobardi, giacché essi “fin da principio” avevano condiviso la fede dei Romani, al contrario dei Gepidi che erano ariani.

Venti anni dopo, al momento dell’invasione dell’Italia, essi professavano l’arianesimo.

Può essere che nel cambio di confessione religiosa abbia giocato un ruolo la volontà da parte di Alboino di rivendicare l’eredità del regno goto in Italia, in quanto egli era figlio di una nipote della sorella del grande re ostrogoto Teodorico e di conseguenza era imparentato con gli Amali.

Per questo motivo, Alboino avrebbe convocato l’assemblea generale dell’esercito, per decidere la partenza per l’Italia, nella Pasqua del 568, ossia nel momento dell’anno nel quale gli ariani praticavano il battesimo.

Nel 552 ci fu l’allontanamento dei Longobardi dall’impero.

Ne conseguì un avvicinamento dei Longobardi ai Franchi, allora in rotta di collisione con Bisanzio, con il matrimonio di Alboino con la franca regina Clodosvinta.

La realtà è che Alboino molto probabilmente era pagano. Per essere più precisi, alla sua corte si praticavano rituali pagani connessi alla sfera della guerra e del potere, dei quali conosciamo quello legato alla coppa ricavata dal cranio del re dei Gepidi, Cunimondo, sconfitto e ucciso dallo stesso re longobardo: sullo sfondo del rito c’era l’idea che fosse possibile impossessarsi della forza del potente nemico ucciso tramite il taglio e la conservazione della sua testa.

Dal canto suo, Papa Gregorio I racconta di pratiche religiose di gruppi di guerrieri longobardi, basate su danze sacre e adorazione di teste di capra, che potrebbe forse essere ricollegate a rituali antichi.

 

I Longobardi della fine del VI secolo molto probabilmente costituivano ancora un gruppo chiuso nei confronti della popolazione indigena. Raggruppati nelle fare, i grandi gruppi familiari che quasi certamente costituivano la base stessa della loro organizzazione militare, essi erano stanziati nelle città come nelle campagne, in mezzo alla popolazione romana che dominavano e sfruttavano.

Al contrario, le popolazioni cittadine dovrebbero aver sempre mantenuto (il condizionale è d’obbligo, vista la precarietà delle fonti) una maggiore libertà individuale e collettiva. Le città stesse, dal canto loro, pur senza dubbio trasformate nel loro assetto urbanistico e con una popolazione più ridotta, non persero affatto la loro centralità politica, sociale, religiosa, militare all’interno delle regioni occupate dai Longobardi.

Al duca appartenevano le terre che aveva conquistato, sempre però sotto l’alto dominio del re, che poteva ordinarne la restituzione.

Dipendevano dal duca i sculdasci.  Lo sculdascio (in longobardo skuldheis "comandante ai debiti") era un funzionario. Il termine deriva dall'antico germanico Skuld ("debito") e heyssen ("imporre"). Sembrerebbe che almeno inizialmente si trattasse quindi di un magistrato (Iudex aut sculdahis è una formula molto frequente) che si occupava di cause civili, soprattutto relative alla stipula e ai contenziosi sui debiti. Le Leges langobardorum lo citano (tit.100) in questa capacità:

«Se un uomo libero, che sia debitore di qualcuno, non abbia beni di alcun genere, né un cavallo addestrato, né bovi da aggiogare o mucche da mungere, allora colui che vuole riscuotere il suo debito vada dallo sculdascio e intenti la sua causa»

Liutprando, nella sua opera di riordino amministrativo del regno, affidò allo sculdascio l'amministrazione della giustizia nei villaggi, comunque sottoposto agli iudices, i funzionari di grado superiore (duchi e gastaldi). Le funzioni dello sculdascio non sembrano essere state limitate all'ambito giudiziario ma, probabilmente, aveva anche un rango militare.

 

 

Regione Storia FVG 

Girolamo G. Corbanese, Il Friuli, Trieste e l'Istria. Dalla preistoria alla caduta del patriarcato d'Aquileia

Stefano Gasparri. Culture barbariche, modelli ecclesiastici, tradizione romana nell’Italia longobarda e franca RM Reti Medievali Estratto da Reti Medievali Rivista, VI - 2005/2 (luglio-dicembre)

Francesco di Manzano. Annali del Friuli. Volume 1. 1858

Andrea Galletti, Visti da fuori. La rappresentazione dei Longobardi nelle narrazioni del regno dei Franchi., Università di Bologna, 2016