Lo scisma in seguito all’editto di Giustiniano provocò una lacerazione profonda: l’episcopato di Aquileia ruppe la comunione con Roma e la Chiesa imperiale. Primo Periodo  553-568. 

 Lo scisma dei Tre Capitoli

Con scisma tricapitolino o scisma dei tre capitoli si indica una divisione all'interno della Chiesa avvenuta tra i secoli VI e VII, quando un folto gruppo di vescovi, per lo più occidentali, interruppe le relazioni con gli altri vescovi e con il papa, rifiutando le decisioni del Concilio di Costantinopoli II del 553. La separazione durò circa un secolo e mezzo ed interessò un vasto territorio. Gran parte dell’episcopato latino, tra cui quello di Aquileia, ruppe la comunione con Roma e la Chiesa imperiale

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 Il Concilio di Calcedonia

Il Concilio di Calcedonia (451) sembrava aver posto fine ad innumerevoli controversie, scoppiate nei secoli precedenti, sulla natura di Cristo.

Calcedonia decretò che Gesù Cristo aveva, nella sua unica persona, due nature: umana e divina, inseparabilmente unite. Il concilio condannò inoltre il monofisismo di Eutiche (Eutiche affermava che Cristo aveva una sola natura: quella divina), così come le tesi di Dioscoro d'Alessandria, che professava un monofisismo attenuato, il miafisismo, ossia che Gesù Cristo era l'unione della divinità e dell'umanità unite ed indivisibili tra di loro. Quest'ultima dottrina si era radicata in Egitto, da dove si era diffusa ampiamente anche in Siria e in Palestina. Alla metà del VI secolo le Chiese di Alessandria e di Antiochia, entrambe sedi apostoliche, si professavano monofisite.

Ancor prima della conquista longobarda, che alterò la continuità del territorio, diviso tra la parte adriatica e quella del retroterra, si era creata una lacerazione nella comunione ecclesiale tra la Chiesa imperiale e le Chiese della provincia metropolitica di Aquileia.

L’editto di Giustiniano (542-543)

Deciso a riconciliare le Chiese d'Oriente e d'Occidente, sulla base dei princípi cristiani comuni approvati al Concilio di Calcedonia, l'imperatore bizantino Giustiniano I era preso tra due fuochi: se condannava il monofisismo accontentava l'Occidente (che reclamava provvedimenti contro i monofisiti), ma si metteva contro l'Oriente (dove il monofisismo era molto diffuso), nonché contro sua moglie Teodora, simpatizzante del monofisismo.

L'imperatore decise di condannare tre teologi del passato, assertori di teorie diofisite sospettate di nestorianesimo, che a Calcedonia avevano goduto di grande autorevolezza.

L'imperatore decise di non condannare il monofisismo, bensì i nestoriani, detestati tanto dai calcedoniani quanto dai monofisiti..

Pertanto, con un editto imperiale proclamato nel 543-544, Giustiniano condannò come eretici:

Questi scritti, raccolti appunto in “tre capitoli” furono considerati di tendenza nestoriana poiché negavano valore al termine Theotókos (madre di Dio).

Gran parte dei patriarchi e vescovi orientali accettò la cosa senza grandi reazioni. Più difficile fu ottenere l'assenso dei vescovi occidentali e del papa, Vigilio. Sotto minaccia, Vigilio firmò la condanna dei Tre Capitoli l’8 dicembre 553.

I vescovi delle metropoli ecclesiastiche di Aquileia e Milano, con quelli dell'Illirico, della Gallia e dell’Africa, si arroccarono nella sola accettazione ad oltranza dei deliberati dei primi quattro concili ecumenici: cioè quello di Nicea del 325, il primo di Costantinopoli del 381, il concilio di Efeso del 431 e massimamente quello di Calcedonia del 451.

Gran parte dell’episcopato latino, tra cui quello di Aquileia, ruppe la comunione con Roma e la Chiesa imperiale a seguito dell’editto di Giustiniano che nel 542-543 aveva condannato i testi dei tre autori (Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Ciro e Iba di Edessa), sintetizzati con il termine di Tre Capitoli, i cui apporti teologici erano stati invece riconosciuti come ortodossi dal precedente concilio di Calcedonia (451).

Allora Aquileia era il centro dell'amministrazione della provincia e sede metropolitica non solo per la Venetia et Histria ma anche per tutta l'area del Norico Mediterraneo, i resti della parte occidentale delle provincie pannoniche e quella meridionale delle retiche.

L'immagine di Aquileia alla metà del VI secolo, a cent'anni dalla sua distruzione ad opera degli Unni e immediatamente dopo la fine della guerra gotico-bizantina, non era naturalmente paragonabile con quella del IV secolo quando la città era per grandezza e importanza la terza città d'ltalia e la nona dell'lmpero. Dopo le modeste realizzazioni edilizie del periodo di Odoacre e Teodorico, la ricostruzione sistematica della città fu avviata, come altrove in Italia, appena dopo la conquista bizantina del 552 ovvero alla fine della seconda guerra greco-gotica.

Il territorio ecclesiastico era suddiviso in diocesi, governate da un vescovo (“episcopus” = “supervisore”). Più diocesi erano "suffraganee" (dipendenti) di una sede "metropolitica".

Le “metropoli” nel nord Italia furono inizialmente Milano e Aquileia, cui si aggiunse Ravenna nel V secolo, in quanto divenuta sede imperiale in tale periodo.

I metropoliti vennero poi chiamati “arcivescovi” (“archiepiscopi”) e le sedi metropolitiche “arcidiocesi”; in quelle più vaste e importanti i metropoliti presero il titolo di “patriarchi”: ad Alessandria, Antiochia, Costantinopoli, Gerusalemme e Roma, dove a un certo punto iniziarono a chiamarsi “papi”, mentre durante lo scisma tricapitolino anche Aquileia si sarebbe proclamata sede patriarcale.

Nel 555, alla morte di papa Vigilio, venne nominato papa Pelagio I, convinto difensore dell’editto dei Tre Capitoli e intenzionato e reprimere i dissidenti.

Nelle Venetiae invece le iniziative imperiali contro i “Tricapitolini” si scontravano con lo stato di strascichi postbellici e i tentativi di repressione dei vescovi ribelli andavano a rilento.

Dopo la morte del metropolita aquileiese Macedonio, venne eletto Paolo in un clima di accesa opposizione anti-costantinopolitana e di indipendenza dottrinale nei confronti di Roma.

Convocata una 'particularis synodus' probabilmente nell'anno stesso della sua elezione, nel 557, col favore dei vescovi e del clero delle diocesi suffraganee.

Il sinodo scismatico detto anche Istriano coinvolse i vescovi della Liguria, delle Venezie e dell’Istria.

In questa sede ci fu la condanna dei tre capitoli del concilio Calcedonese. I Tre capitoli furono confermati anche se il concilio Costantinopolitano fosse stato approvato dalla Sede Apostolica.

Aquileia si eresse a patriarcato autonomo per sottolineare la propria indipendenza gerarchica.

Paolo di Aquileia assunse il titolo di patriarcha. In questo modo Paolo si mise a capo di un partito e molti vescovi si aggregarono alla sua politica. Aquileia diventò il centro delle dispute religiose che durarono per molto tempo.

 Vista la determinazione degli Aquileiesi, papa Pelagio I chiedeva insistentemente che venissero arrestati il metropolita Paolo ed il suo consacratore, Auxano, arcivescovo di Milano. Reclamava soprattutto che i pubblici poteri usassero la loro autorità per stroncare lo scisma in quanto minacciava l’unità dello Stato.

In quegli anni intanto il patricius Narsete, presumibilmente nel 560 quando si stabilì a Roma, pur conservando il comando in capo dell'esercito fu posto al vertice del governo civile in Italia, ed assunse poteri amplissimi in materia di riorganizzazione, diamministrazione, di finanze e di ordine pubblico. Narsete doveva vigilare anche sui culti ed era responsabile delle relazioni con la Chiesa. Almeno fino alla morte di Giustiniano non ebbe atteggiamenti aggressivi nei confronti degli scismatici ma incremento il potere del Patriarcato di Aquileia aggiungendo le tre diocesi ecclesiastiche dell'alta valle della Drava, del Gail e del Rienza alla giurisdizione metropolitica della scismatica Aquileia

Solo col nuovo imperatore Giustino II, Narsete face imprigionare il vescovo tricapitolino Vitale di Altino, rifugiato ad Aguntum (in Austria), e lo mandò esule in Sicilia.

L'evolversi della controversia religiosa in Italia e della politica papale al riguardo non è molto chiara. Di certo i propositi dei papi di riaccomunare gli scismatici aquileiesi non si erano placati con la morte di Pelagio I, né col suo successore Giovanni III (560-573).

 

 

Nota. Teodoro di Mopsuestia criticò il titolo di Maria (theotókos) e sostenne la compiutezza delle due nature di Cristo, insieme divina ed umana. Teodoreto di Ciro affermava che la resurrezione è soltanto la resurrezione del corpo di Cristo, ma non della sua anima o della sua divinità. Iba di Edessa distingueva tra l'altro il Verbo e il suo tempio nato da Maria. Sotto il nome “I tre Capitoli” si intendevano: 1) gli scritti di Teodoro di Mopsuestia; 2) gli scritti che Teodoreto di Ciro aveva fatto per confutare gli anatematismi di S. Cirillo Alessandrino contro Nestorio; 3) una lettera che Ibas vescovo di Edessa aveva scritto ad un persiano chiamato Maris.

 

 

Rajko Bratož, Venanzio Fortunato e il suo tempo, 2001

Francesco di Manzano. Annali del Friuli. Volume 1. 1858

Marco Lazzati, lo scisma dei tre capitoli e le sue ripercussioni sul territorio comacino

Giorgio Arnosti, Venanzio Fortunato, nel contesto dello scisma aquileiese e della politica di Sigeberto d’Austrasia, Il Flaminio, 2006