
Attacco decisivo su Chioggia: il ponte incendiato spezza la difesa (DMR-AI06_26)
Attacco decisivo su Chioggia: il ponte incendiato spezza la difesa, il podestà cade e la città viene saccheggiata sotto le insegne nemiche
L’episodio precedente…. Nel culmine della Guerra di Chioggia, la Repubblica di Venezia si trova a un passo dal baratro. Mentre la capitale vive ore febbrili nell'attesa del saccheggio e l'Arsenale lavora giorno e notte per armare i soccorsi, a Chioggia si consuma un assedio brutale. Il condottiero veneziano Gallerano guida una guarnigione di soli 3.500 uomini contro una schiacciante coalizione di 24.000 soldati, composta dalle truppe padovane di Francesco da Carrara e dagli equipaggi delle galere genovesi. Nonostante l'uso di tecnologie difensive innovative, bombarde e un'ostinata resistenza corpo a corpo sulle fortificazioni del lungo ponte, la prima torre cade nelle mani nemiche. La difesa si sposta così sul bastione di San Domenico, ultimo baluardo strategico prima della capitolazione totale.
#GuerradiChioggia #RepubblicadiVenezia #RepubblicadiGenova #Medioevo #Assedio #ArsenaleVenezia #BattaglieNavali #StoriaVeneta
Episodio 19. La Caduta di Chioggia
Mentre a Chioggia si stava consumando la sanguinosa battaglia per il destino della Repubblica, Leonardo, appena sbarcato a Venezia, si era affrettato a raggiungere la sua gilda all’interno dell'Arsenale. L'atmosfera che trovò era febbrile: i maestri d'ascia e tutti gli artigiani erano al lavoro senza sosta, giorno e notte, per armare e rinforzare le navi che a breve sarebbero salpate verso sud per dare aiuto ai difensori e tentare di spezzare la morsa nemica.
Ritrovata la sua gilda nel pieno dell'attività, Leonardo salutò i suoi artigiani e chiese subito di essere aggiornato sulla situazione. La risposta dei compagni confermò la massima urgenza: quella stessa notte sarebbero partite nuove navi per il fronte.
E infatti, nel buio di quella stessa notte, l'azione strategica dei veneziani si compì. Dalla laguna, silenziose e rapide, comparvero quindici barche armate, cariche di uomini d’arme veneziani. Arrivavano da Malamocco, passando per la via interna del castello delle Saline: un percorso segreto e strategico che aggirava abilmente il blocco genovese al porto. Il loro arrivo improvviso fu come una frustata per il nemico: gli assedianti padovani e genovesi, colti del tutto di sorpresa e temendo di essere presi in trappola tra due fuochi, interruppero l'assalto e si ritirarono precipitosamente verso le loro posizioni.
La mattina seguente, a Chioggia. Pietro Doria decise che la città doveva essere colpita ancora, con spietata fermezza. Nonostante le pesanti perdite e la spossatezza accumulata negli assalti precedenti, l'ammiraglio genovese ordinò che otto galere avanzassero decise verso il primo ponte della bastia veneziana.
Era un punto strategico e ferocemente fortificato, un passaggio stretto e obbligato che i Veneziani difendevano con strenua ostinazione, consapevoli che cedere significava aprire le porte all'invasione.
Lo scontro che ne seguì fu lungo e logorante.
Paradossalmente, in quel teatro di morte, furono proprio gli assedianti a soffrire più dei difensori: i Veneziani, saldamente protetti dalle spesse strutture della bastia e dalle palizzate, riuscivano a rispondere al fuoco con micidiale precisione, infliggendo colpi pesantissimi alla flotta di Doria.
Ma alla fine, la pressione incessante delle forze genovesi e padovane prevalse. Il ponte fu preso e subito dato alle fiamme, trasformandosi in una trappola di fuoco e fumo. Anche il bastione esterno, che i Veneziani avevano faticosamente costruito sul lato di fuori della città per arginare l'avanzata, cadde sotto i colpi nemici e venne completamente distrutto. Per un momento, tra le fila degli attaccanti, tutto lasciò pensare che la vittoria fosse ormai completa e il destino di Chioggia segnato.
E invece no.
Proprio quando l'oscurità sembrava inghiottire ogni speranza, la laguna rivelò la sua ultima e disperata difesa. Sotto il velo della notte, silenziose e rapide, comparvero quindici barche armate, cariche di uomini d’arme veneziani pronti a tutto. Arrivavano da Malamocco, dopo aver navigato lungo la via interna del castello delle Saline, un percorso segreto e strategico che aggirava abilmente il blocco genovese al porto.
Il loro arrivo improvviso fu come una frustata elettrica: gli assedianti, colti del tutto di sorpresa nel momento del loro apparente trionfo e temendo di essere presi in trappola tra due fuochi, interruppero l'avanzata e si ritirarono precipitosamente verso le loro posizioni originarie. Chioggia, per quella notte, era salva.
Dopo qualche giorno di pausa e di estenuante attesa, durante i quali la laguna era rimasta spettralmente silenziosa, arrivò il momento della svolta. All’alba, mentre la nebbia salmastra cominciava appena a sollevarsi dai canali, Pietro Doria ordinò l’attacco decisivo. Nel silenzio delle giornate precedenti, sfruttando l'oscurità e la tregua apparente, i genovesi avevano completato l'accerchiamento di Chioggia: ora, l’ordine tanto atteso era giunto.
L'ammiraglio aveva già schierato la sua imponente armata con geometrica precisione. Le galere erano pronte all'azione, i rematori tesi sui banchi pronti a far fare balzare in avanti gli scafi, gli uomini d’arme ammassati sulle prue con le armi in pugno, mentre i capitani attendevano immobili solo un cenno per scatenare l'inferno.
Le cocche, le grandi e pesanti navi militari tonde, e gli arsili, imbarcazioni costituite dai soli scafi nudi, furono mandati avanti per primi, scagliati direttamente contro la bastia di Chioggia con l’ordine tassativo di attaccarla senza alcuna esitazione. Contemporaneamente, una parte consistente delle galere prese la rotta verso Chioggia Grande, dove si trovava asserragliato il grosso della difesa veneziana. L'obiettivo era chiaro e spietato: impegnare il nemico in quel settore, attirarlo in una zuffa furiosa e tempestarlo senza sosta con il fuoco delle bombarde e i dardi delle balestre, impedendo così ai veneziani di inviare soccorsi altrove.
Poi Doria diede un terzo ordine, forse il più importante dell'intera strategia d'assedio: tutte le imbarcazioni a remi padovane, supportate da alcune galere genovesi, dovevano formare un blocco impenetrabile per intercettare ogni possibile soccorso veneziano. Nessuna barca, nessuna nave e nessun rinforzo avrebbe dovuto raggiungere la bastia, stringendola in una morsa fatale.
Quando la battaglia cominciò, la bastia veneziana rispose colpo su colpo, sprigionando un fuoco d'inferno che per un momento bloccò l'avanzata nemica, facendo sembrare che nessuno potesse prevalere.
Padovani e Genovesi si lanciarono in massa all’assalto del ponte, ma i Veneziani lo difendevano con una tenacia feroce e disperata. Ogni centimetro guadagnato sul legno costava decine di vite, e ogni tentativo di sfondare le linee veniva respinto nel sangue.
Fu allora che, vedendo lo stallo e il moltiplicarsi dei cadaveri, i comandanti padovani giocarono la carta della disperazione: fecero proclamare un bando che corse di bocca in bocca, superando il frastuono delle armi. Centocinquanta ducati d'oro a chiunque avesse avuto il coraggio quasi suicida di avanzare e dare il ponte alle fiamme.
Un premio enorme, una fortuna capace di cambiare una vita, ma anche un invito a un gesto disperato. Era la prova definitiva che la battaglia era arrivata al suo punto più critico e che l'assedio si stava giocando sul filo del rasoio.
Un genovese, uno di quegli uomini che la guerra aveva temprato più del ferro che portava addosso, si fece avanti. Non gridò, non cercò compagni, non attese che gli ordini arrivassero dai superiori. Semplicemente salì a bordo di una piccola imbarcazione che lui stesso aveva stipato fino all’orlo di frasche secche, canne, pece e polvere da sparo.
Era una barca destinata a bruciare, un dardo incendiario galleggiante. E lui lo sapeva fin troppo bene.
Con colpi di remo decisi e ritmici, si lanciò dritto verso il ponte difeso dai Veneziani. Dal bastione la reazione fu immediata: una pioggia di frecce e dardi cominciò a cadergli intorno, alcuni conficcandosi nel legno dello scafo, altri spegnendosi nell’acqua della laguna. Ma la barca avanzava, lenta e inesorabile, come se fosse guidata da una volontà cieca, più forte della paura della morte.
Non appena lo scafo impattò contro le palizzate sotto il ponte, l’uomo si chinò rapido, afferrò una torcia e diede fuoco alle frasche imbevute. In un battito di ciglia, l’imbarcazione si trasformò in una gigantesca torcia ruggente.
Il fumo salì denso, nero e acre, infiltrandosi tra le travi di legno del ponte, avvolgendo le feritoie e penetrando negli occhi e nelle gole dei difensori veneziani. Il vento della laguna, quasi fosse complice degli assedianti, girò d'un tratto, spingendo quella nube soffocante proprio contro le linee veneziane.
I Veneziani furono respinti fin dentro la piazza principale della città, dove si consumò l'ultimo, sanguinoso atto: chiunque accennasse a resistere, veneziano o chioggiotto che fosse, venne trucidato sul posto senza pietà. Ormai privati di ogni difesa e impossibilitati a contenere la marea nemica, gli abitanti superstiti cercarono disperatamente la salvezza nella fuga, ammassandosi sulle poche, piccole imbarcazioni che trovarono ormeggiate nei canali.
A Chioggia non rimasero che cinquanta persone, forse poco più. Eppure, quell'esiguo pugno di disperati riuscì a mantenere un'ostinata resistenza sopra il ponte di Vigo, l'ultimo lembo di pietra sbarrato contro l'invasore.
Ma ogni speranza crollò definitivamente quando il podestà veneziano fu catturato dal generale delle truppe padovane; insieme a lui, vennero fatti prigionieri anche tutti gli ultimi difensori che avevano tentato di fargli scudo.
Con la caduta di Chioggia, la piazza principale si trasformò nel teatro del trionfo degli alleati: al centro vennero innalzate e fatte sventolare le insegne della Repubblica di Genova; sul palazzo del governo furono issati i vessilli del Signore di Padova, mentre sulla torre più alta della città vennero poste le bandiere del Re d’Ungheria. Subito dopo, la città, ormai inerme e sconfitta, fu brutalmente abbandonata al saccheggio dei soldati genovesi.
Nota bene. Questo episodio è stato adattando le cronache del tempo di Chinazzi Daniele
| Episodio 18 | Indice |