Tra lotte di potere, commercio e il destino di una città del Medioevo

La congiura dei Ranfi (RDM-AI09_25 - copyright cc by 4.0)
Nel Medioevo Trieste passò dai vescovi ai boni homines, conquistando l’autonomia nel 1295, ma subì tensioni e la Congiura dei Ranfi nel 1313
Nel Medioevo Trieste passò dal dominio dei vescovi a quello dei boni homines, sostenuti dai cittadini. Le guerre con Venezia indebolirono il potere ecclesiastico, favorendo l’autonomia comunale nel 1295. Tuttavia, l’indipendenza fu minacciata dalla Congiura dei Ranfi nel 1313, una famiglia nobile legata a Venezia, che tentò di rovesciare il governo. L’episodio riflette le tensioni politiche e l’instabilità del periodo.
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La linea del tempo
Linea del tempo. (azzurro) Imperatori del Sacro Romano Impero, (giallo) papa in carica, (arancione) patriarchi di Aquileia, (viola) dogi di Venezia, (verde) patriarchi di Grado, (rosa) duchi di Carinzia, (rosso) vescovo di Trieste. (credit RDM - copyright cc by 4.0) Clicca sull’immagine per ingrandire
La svolta finanziaria di Trieste
Un momento cruciale nella storia di Trieste fu il passaggio di potere dai vescovi ai cittadini. Questo cambiamento avvenne per ragioni economiche, in particolare a causa delle costose guerre contro Venezia.
Secondo le leggi triestine del tempo, non erano i cittadini a dover pagare per le guerre, ma i signori della città. Per questo motivo, le continue guerre con Venezia impoverirono i vescovi di Trieste, mentre i cittadini più abbienti si arricchivano.
I boni homines, che rappresentavano i cittadini, erano inizialmente solo funzionari che si occupavano dell'amministrazione e dell'ordine pubblico. Con le difficoltà economiche della diocesi, però, iniziarono a comprare letteralmente il potere.
Nel 1236, il vescovo Giovanni IV vendette alcuni diritti per pagare i debiti di una lite con i duchi di Carinzia.
Nel 1253, il vescovo Volrico De Portis, impossibilitato a pagare i suoi debiti, si accordò con la città. In cambio di denaro, rinunciò a importanti poteri: il ruolo di giudice, il diritto di nominare giudici, la possibilità di riscuotere le decime (le tasse della Chiesa) e persino il diritto di coniare moneta.
Questo processo portò il potere a passare gradualmente dai vescovi all'amministrazione della città. La conclusione di questo percorso fu nel 1295, quando il vescovo Brissa De Toppo cedette tutti i poteri politici rimasti in cambio di duecento monete d'argento.
Il Comune al potere e la Congiura dei Ranfi
Con il potere in mano al Comune, rappresentato dal Consiglio delle Credenze e formato da patrizi e nobili, i triestini sentirono che era giunto il momento di ottenere la completa autonomia. L'obiettivo era creare un equilibrio politico tra la Repubblica di Venezia e il Ducato d'Austria.
Tuttavia, questa indipendenza non durò a lungo. Uno degli eventi che misero fine all'autonomia fu la Congiura dei Ranfi.
Ci sono diverse ipotesi sul perché di questa congiura.
La più probabile è che Marco Ranfi volesse diventare il signore di Trieste, probabilmente aiutato da Venezia con cui la sua famiglia aveva stretti legami economici e politici.
Il dramma dei Ranfi: potere, congiure e la Trieste del XIV secolo
Nel Medioevo, molte città cercarono di cambiare il loro governo da un sistema comunale a una Signoria. Questo accadeva quando la nuova classe dirigente, la borghesia, non riusciva a garantire giustizia e pace. Questi cambiamenti venivano poi riconosciuti sia dall'Imperatore che dal Papa. A Trieste, in quel periodo, queste dinamiche erano molto vive.
I Ranfi erano una famiglia nobile di origine tedesca, giunta a Trieste nell'XI secolo come vassalli del vescovo. Il loro nome potrebbe derivare dalla località tedesca di Raifemberg. Pur essendo nobili, i Ranfi non facevano parte del consiglio cittadino, che era composto da tredici famiglie patrizie. Questo li poneva in una posizione svantaggiosa, alimentando probabilmente un forte malcontento.
Eppure, i Ranfi erano attivi e influenti. Nel 1202, un certo V. Ranfo, un triestino, firmò il giuramento di fedeltà a Venezia. Nel 1253, Giovanni Ranfo divenne giudice. Troviamo poi Marco Ranfo che, a partire dal 1288, fu ambasciatore a Milano e Venezia. Nel 1304 divenne vassallo del vescovo e nel 1311 fu giudice nel comune di Gorizia. La famiglia si era arricchita grazie al commercio con Venezia e il Friuli, possedendo anche diverse navi.
Ma nel 1313 un evento drammatico sconvolse la famiglia Ranfi. Quello che accadde rimase nascosto per cinque secoli, per poi essere riscoperto e conosciuto come la "Congiura dei Ranfi". Questo tragico episodio ci mostra come le tensioni politiche e sociali a Trieste, in un'epoca di grandi cambiamenti, potessero sfociare in eventi terribili, che hanno segnato la storia della città.
Per molto tempo, Venezia cercò di controllare i commerci e chiese a Trieste di sottomettersi. Per dimostrare la sua lealtà, Trieste doveva esporre lo stendardo di San Marco nella sua piazza principale una o due volte all'anno.
Il rapporto tra le due città era spesso difficile. Trieste non voleva perdere la sua libertà di commercio. Si era impegnata a rinnovare regolarmente la sua fedeltà, a dare al doge di Venezia 50 botti di vino per la festa di San Marco e a issare lo stendardo veneziano. Inoltre, Trieste doveva aiutare a tenere l'Adriatico libero dai pirati e non mettere tasse sui prodotti di Venezia.
Dato che i triestini non volevano piegarsi al volere del doge, è possibile che Venezia avesse trovato dei nobili locali disposti a sostenerla. I Ranfi, che avevano una loro flotta, potevano essere un'ottima scelta. Non sappiamo, però, se i Ranfi avessero già dei vantaggi da Venezia.
Un'altra possibilità è che la ribellione sia stata organizzata dal vescovo di Trieste, Rodolfo Pedrazzani Morandini de Castello Rebecco. Non essendo di Trieste, il vescovo cercò, senza successo, di recuperare i diritti civili della chiesa triestina che erano stati persi.
In ogni caso, l'atto dei Ranfi era molto serio e probabilmente metteva in pericolo l'autonomia della città.
Un Mistero Triestino: La Congiura dei Ranfi
La storia di Trieste è ricca di misteri, e uno dei più affascinanti riguarda un evento poco documentato noto come la "Congiura dei Ranfi". Nel cuore di questo enigma c'è la figura di Marco Ranfo, un personaggio influente della città, che fu condannato insieme ai suoi seguaci a pene severissime.
Tra il 1315 e il 1365, gli statuti di Trieste imposero punizioni durissime a Marco Ranfo, ai suoi eredi e a chi lo aveva sostenuto. Tuttavia, i Ranfi non furono gli unici a subire l'ira dei potenti di allora. Un documento del 1311 rivela che il Friuli era già pieno di esuli triestini. Si trattava di persone fuggite o cacciate dalla città a causa delle continue lotte interne.
Mentre queste tensioni scuotevano Trieste, i legami con l'Istria si facevano sempre più deboli. La penisola stava infatti passando, pezzo dopo pezzo, sotto il controllo di Venezia. Ma la domanda principale rimane: cosa successe davvero? Sulla "congiura dei Ranfi" non c'è certezza. Si pensa che la famiglia sia stata arrestata nel loro palazzo, forse mentre provavano a scappare al vicino convento dei padri Minoriti.
Esistono diverse teorie su ciò che accadde a Marco Ranfo. Una versione, raccontata da Fabio Calabrese, sostiene che morì avvelenato prima di essere giudicato, forse per un segreto che non doveva rivelare. Ma non ci sono prove concrete a sostegno di questa tesi. Anzi, Lino Monaco, un altro storico, racconta che Marco Ranfo e i suoi figli Giovanni e Pietro furono giustiziati nel settembre del 1313. Un'altra idea, molto affascinante, ma senza conferme, ipotizza che Marco Ranfo fosse un Templare. La data del 1313 si adatta bene, visto lo scioglimento dell'ordine, ma non risulta la presenza di templari a Trieste in quell'epoca.
La vera storia di Marco Ranfo e della sua famiglia resta avvolta nel mistero, un pezzo di storia triestina che, con ogni probabilità, non sarà mai svelato del tutto.
Nell’Archivio Diplomatico del Comune, è custodito un antico codice su un’ingiallita pergamena ornato di lettere iniziali nelle quali si vedono i tergestini del Trecento con le loro colorate vesti. Sulla prima carta di questo codice sta scritto: “Statuta civitatis Tergesti de anno 1350”. Sono le leggi antiche della città di Trieste. Alla Rubrica XXV del secondo libro si legge: “Rubrica de Ranfis et eorum sequacium” qui di seguito tradotta.
“Decretiamo e ordiniamo che chiunque tratterà di dar aiuto, consiglio e favore ai Ranfi e ai loro seguaci banditi dal comune di Trieste o manderà lettere agli stessi Ranfi e ai loro seguaci o riceverà dagli stessi qualche lettera che non presenterà al dominio oppure al comune di Trieste, che perda tutti i suoi beni e la libertà e se il tale o il talaltro contraffacente non si potrà catturare, sia bandito in perpetuo dalla città di Trieste e tutti i suoi beni pervengano al comune.
Chi del Ranfo sia maschio che femmina e gli eredi dagli stessi discendenti e i loro seguaci ed i loro eredi, siano banditi in perpetuo dalla città di Trieste, e se quelli che sono stati banditi o altri di essi in qualsiasi momento dovessero cadere nella forza del comune, che il dominio di Trieste presente in quel tempo sia tenuto a tagliare la testa a quello o a quelli che avrà potuto catturare in modo che questa sia separata dal busto e che muoiano, e la donna che sia bruciata. E se qualcuno ucciderà uno dei Ranfi abbia dal cameraro del comune di Trieste 400 lire di piccoli veneti e se presenterà qualcuno di questi vivo al comune di Trieste e tra i seguaci loro, abbia 200 lire di piccoli dal comune di Trieste, e se qualcuno dei banditi dal comune di Trieste per qualsiasi bando eccetto che per omicidio, tanto tra i seguaci dei Ranfi quanto altri banditi, ucciderà qualcuno dei Ranfi, o da questi discendente che possa liberamente venire a Trieste e stare non ostante quel bando e sia libero e assolto dal detto bando e ciò sia compreso specialmente per i Ranfi maschi. E che Ranfa e Clara, sorella e figlia del fu Marco Ranfo sia radiata e bandita dal comune di Trieste e che Agnese loro sorella moglie di Almerico Galina non possa mai venire a Trieste e che per altro tutte le donne che seguissero o avessero seguito i loro mariti, ossia gli stessi Ranfi e i seguaci dei Ranfi, siano bandite dal comune e non possano venire a Trieste e i beni loro tutti pervengano al comune. E qualsiasi Podestà nel tempo del suo regime faccia leggere questa disposizione due volte nell’Arengo pubblico sotto pena se non lo facesse di cento lire di piccoli per ognuno di quei podestà che non lo facessero”
La Chiesa di San Sebastiano: Una Storia Triestina di Distruzione e Rinascita
A Trieste, nel cuore del rione di Cavana, sorgeva un tempo la dimora di Marco Ranfo. La sua casa subì una sorte insolita: fu rasa al suolo, e sul terreno venne sparso del sale. Questa pratica, carica di significato simbolico, impediva ogni futura costruzione in quel luogo.
Tuttavia, la storia prese una piega diversa. Nel 1365, proprio su quelle fondamenta, la Confraternita di San Sebastiano eresse una piccola chiesa. Sembra che inizialmente fosse dedicata a San Paolo, per poi essere intitolata a San Sebastiano.
Con il passare del tempo, la chiesa cadde in rovina. Ma la sua storia non era finita. Verso la metà del XV secolo, per volere dell'allora vescovo di Trieste, Enea Silvio Piccolomini (futuro Papa Pio II), l'edificio fu ricostruito nello stesso identico luogo. La sua rinascita fu però di breve durata. Poco dopo la ricostruzione, la chiesa venne nuovamente demolita. La ragione più probabile di questa seconda distruzione è che fosse stata usata come ricovero per i malati e, di conseguenza, fosse rimasta infetta. La sua abbattimento divenne quindi una misura necessaria per la salute pubblica.
Fulvio Scarcia, Trieste, libero Comune. 1295 – 1369, 2019
Da Paolo Geri – labora.it
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