Il successo della missione Bioflight 2 (1959) e la verifica della sopravvivenza in microgravità

Miss Baker, esemplare femmina di Saimiri sciureus (scimmia scoiattolo)

Miss Baker, esemplare femmina di Saimiri sciureus (scimmia scoiattolo) che effettuò un volo suborbitale nel maggio 1959  (fonte NASA, pubblico dominio)

Able e Baker, primati pionieri dello spazio, volarono nel 1959: missione riuscita, dati vitali per Mercury. Baker visse fino al 1984.

Il 28 maggio 1959, le scimmie Able e Baker volarono su un missile Jupiter IRBM per testare la sopravvivenza nello spazio. La capsula raggiunse 500 km di quota e fu recuperata illesa dopo 92 minuti, dimostrando l’efficacia dei sistemi vitali e di rientro. Il successo fornì dati cruciali per il programma Mercury. Able morì poco dopo per una reazione all’anestesia, mentre Baker visse fino al 1984, diventando un’icona della ricerca spaziale.

#USA, #able, #baker, #corsaallospazio

 

La Corsa Spaziale del 1959: Il ruolo del programma USAF

Nel 1959 la corsa allo spazio non era soltanto una gara di tecnologie e di record: era la manifestazione più visibile di una rivalità globale che mescolava ambizioni scientifiche, logiche di potenza e strategie di deterrenza. Lo Sputnik e i primi successi sovietici avevano scosso l’opinione pubblica e le élite politiche degli Stati Uniti, spingendo a una risposta rapida e articolata che trascendeva i confini tra programmi civili e programmi militari.

Negli apparati statunitensi, l’United States Air Force svolse un ruolo centrale e spesso poco spettacolare: alimentò la spinta tecnologica necessaria allo sviluppo di razzi, sensori e sistemi di prova atmosferici, e mise a disposizione competenze e risorse che poi confluirono anche nei programmi più pubblicizzati. Dietro le quinte si muovevano scienziati ed ingegneri provenienti da ambiti diversi, e il trasferimento di know‑how tra strutture militari e iniziative civili accelerò i progressi tecnici indispensabili per il lancio e la sorveglianza spaziale.

Accanto alle attività tecniche si collocavano scelte strategiche e, in alcuni casi, proposte estreme: il Project A119 rimane l’esempio più eclatante dell’atteggiamento di quegli anni, in cui la dimostrazione di forza e il valore simbolico di un’azione potevano essere valutati come strumenti di politica internazionale. Tali valutazioni riflettevano la mentalità dell’epoca, in cui il teatro spaziale era percepito come un palcoscenico in cui si giocavano prestigio, deterrenza e messaggi politici oltre che scienza.

Il 1959, quindi, va visto come un anno in cui l’USAF non si limitò a sostenere operazioni militari isolate, ma contribuì a costruire l’infrastruttura tecnica, umana e organizzativa che rese possibile la partecipazione americana alla competizione spaziale. La linea tra programma militare e programma civile era spesso sfumata: competenze, tecnologie e personale circolavano tra ambienti diversi, creando un ecosistema di ricerca e sviluppo che avrebbe alimentato i successivi traguardi pubblici.

Nota. Project A119, noto anche come A Study of Lunar Research Flights, fu un programma top‑secret avviato dall’United States Air Force alla fine degli anni Cinquanta che prese in esame la possibilità di far detonare un ordigno nucleare sulla Luna con finalità sia scientifiche sia propagandistiche. Il progetto non venne mai realizzato: dopo valutazioni tecniche e politiche l’Air Force ritenne che i rischi e gli effetti negativi superassero i benefici simbolici e scientifici, e la cancellazione lasciò il progetto nell’alveo delle operazioni segrete declassificate solo molto dopo

 

   Cronologia degli eventi       

 

Le varie fasi della corsa allo spazio.

Le varie fasi della corsa allo spazio. (rosso) missioni dell’Unione Sovietica, (blu) missioni degli USA, (verde) missioni della Gran Bretagna. Clicca sull’immagine per ingrandire.

 

Il programma USAF

Il programma spaziale dell'USAF (U.S. Air Force) negli anni '50 e '60 fu un pilastro fondamentale dello sviluppo tecnologico spaziale statunitense, parallelo e complementare al programma NASA. Fu orientato a scopi militari, di ricognizione e test balistici, e contribuì in modo decisivo alla corsa allo spazio.

Nato nel clima della Guerra Fredda, il programma USAF mirava a sviluppare missili balistici intercontinentali (ICBM) e tecnologie di rientro atmosferico, con applicazioni sia militari che scientifiche.

Obiettivi principali:

  • ·       Testare la resistenza di veicoli e materiali al rientro atmosferico.
  • ·       Studiare gli effetti della microgravità e dell’accelerazione su organismi viventi.
  • ·       Sviluppare tecnologie di ricognizione spaziale (precursori dei satelliti spia).
  • ·       Supportare lo sviluppo di capsule e sistemi per il programma Mercury.

 

Lo Jupiter IRBM con Able e Baker a bordo

Il 28 maggio 1959 un missile IRBM PGM-19 Jupiter lanciò una capsula suborbitale che trasportava due primati femmina soprannominati Able e Baker nell’ambito di una prova biologica fondamentale per i programmi spaziali statunitensi. La missione, conosciuta come Bioflight 2, aveva l’obiettivo di valutare gli effetti dell’accelerazione, della microgravità e del rientro atmosferico su organismi viventi e sul materiale biologico, oltre a testare procedure di recupero e di supporto vitale per futuri voli con equipaggio umano.

La capsula raggiunse un’apogeo di circa 483 km e percorse quasi 3.220 km lungo la traiettoria suborbitale; dopo il rientro fu recuperata nell’Oceano Atlantico 92 minuti dopo il lancio e gli animali furono trovati del tutto illesi, confermando che organismi complessi potevano sopportare brevi esposizioni a condizioni spaziali e al rientro. Oltre alle due scimmiette, l’ogiva trasportava un assortimento di materiale biologico: microscopiche uova di riccio di mare, larve di mosche, campioni di sangue umano, semi di granoturco e ceppi di muffe, scelti per studiare risposte a forze G estreme, a periodi di microgravità e al riscaldamento delle superfici durante la frenata atmosferica.

Il vettore impiegato apparteneva alla famiglia Jupiter, sviluppata negli anni Cinquanta, e i dati raccolti contribuivano sia alla comprensione scientifica del comportamento della materia vivente nello spazio sia allo sviluppo pratico delle tecnologie di recupero e dei sistemi di supporto vitale. Queste prove biologiche furono integrate nella più ampia cornice del programma Mercury, che mirava a mettere in orbita esseri umani e soprattutto a garantire il loro ritorno sicuro sulla Terra; i successi di missioni come Bioflight 2 fornirono conferme tecniche e operative fondamentali per i voli con equipaggio dei primi anni Sessanta.

Purtroppo Able morì quattro giorni dopo il volo per una reazione all'anestesia somministratagli durante un intervento per l'asportazione di un elettrodo che si era infettato. Miss Baker al contrario visse ancora per molti anni dopo il volo, e morì per insufficienza renale il 29 novembre 1984 presso l'United States Space and Rocket Center di Huntsville, in Alabama.

 

 

National air and space museum, Reentry Vehicle, Jupiter IRBM, Able-Baker

La stampa, 29 maggio 1959



Articoli correlati