Dallo scetticismo alle prove: il ruolo cruciale dell'intelligence alleata nell'Operazione Hydra

Rappresentazione della Operazione Hydra (RDM-AI10_25; CC BY 4.0)
L’intelligence alleata ignorò per anni il programma missilistico tedesco; nel 1943, foto aeree ne rivelarono la gravità, portando all’Operazione Hydra.
Per anni, l’intelligence alleata ignorò gli allarmi sul programma missilistico tedesco (V-1 e V-2) a Peenemünde, bollati come “isteria missilistica”. Solo nel maggio 1943, grazie all’analisi delle foto aeree da parte di figure come Constance Babington-Smith, si riconobbe la minaccia. L’evidenza portò all’Operazione Hydra (17 agosto 1943), che, pur non risolutiva, ostacolò i piani tedeschi di attacco su Londra.
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Introduzione
Nell’ambito della corsa tecnologica e militare che ha segnato la Seconda guerra mondiale, l’Operazione Hydra rappresenta un momento cruciale nella storia dell’intelligence alleata e dello sviluppo missilistico. Il bombardamento notturno del 17 agosto 1943 contro il centro di ricerca di Peenemünde fu il primo tentativo coordinato di interrompere il programma segreto tedesco volto alla creazione di armi rivoluzionarie come le V-1 e V-2. L’azione, pur non completamente risolutiva, segnò l’inizio di una nuova fase nella guerra tecnologica, accelerando la consapevolezza strategica degli Alleati sull’impatto dei razzi a lunga gittata e influenzando profondamente le future scelte in ambito aerospaziale e missilistico.
Origini del progetto missilistico tedesco
Le origini del progetto missilistico tedesco risalgono alla creazione, a metà degli anni ’30, del centro di ricerca segreto di Peenemünde, dove il generale Walter Dornberger e Wernher von Braun coordinarono decine di aziende civili e reparti militari per sviluppare propulsori e strutture di lancio. A partire dal 1940 furono eseguiti i primi test di razzi nel Mar Baltico e, dal 1943, sperimentazioni più avanzate in un poligono di tiro in Polonia, coinvolgendo migliaia di specialisti in un programma di produzione-distribuzione estremamente capillare. Nonostante allarmi come l’Oslo Report del 1939 e i rapporti raccolti da agenti in Francia, Polonia, Norvegia e Svezia, l’intelligence alleata sottovalutò a lungo la reale portata delle operazioni fino alle ricognizioni aeree del maggio 1943, quando furono individuati sulle coste di Usedom sia le bombe volanti V-1 sia i «sigari» A-4
Il ruolo dell’intelligence alleata
Nei primi anni della Seconda Guerra Mondiale, l’intelligence alleata accolse con scetticismo avvertimenti di seconda mano come l’Oslo Report del 1939 e i rapporti di Kumerov sull’attività missilistica presso Peenemünde, ritenendoli frutto di “isteria missilistica”. Le segnalazioni raccolte da agenti in Francia, Polonia, Norvegia e Svezia, così come i resoconti dei prigionieri di guerra, furono trascurati e considerati non affidabili.
Nel frattempo, il progetto segreto tedesco avanzava a ritmo serrato: lancio di razzi sperimentali nel Mar Baltico già dal 1940 e test più sofisticati in Polonia dal 1943, con decine di migliaia di civili e militari impiegati in un sistema produttivo e logistico distribuito su tutto il Reich
Fu solo nel maggio 1943 che lo stato maggiore britannico comprese la reale portata del programma missilistico tedesco. Constance “Babs” Babington-Smith, interprete di fotografie di ricognizione aerea, individuò sulle coste di Usedom la bomba volante Fieseler Fi 103 (V-1) e i “piccoli sigari” A-4.
Duncan Sandys, incaricato di verificare le “armi segrete”, raccolse documenti, testimonianze e nuove immagini, riuscendo a convincere Winston Churchill a promuovere l’Operazione Hydra: un massiccio bombardamento notturno per colpire laboratori, impianti e il nucleo scientifico di Peenemünde. Solo dopo tale azione gli Alleati integrarono le informazioni degli agenti sul campo, scoprendo piattaforme di lancio potenziali (ben 138 in Francia e Paesi Bassi) e unità di truppe speciali addette alla manutenzione del programma missilistico, confermando la minaccia di un attacco devastante su Londra e sulle principali città del Regno Unito

Infografica storica Peenemünde (credit RDM)
L’Operazione Hydra: preparazione e attacco
L'operazione Hydra fu un bombardamento eseguito dal Bomber Command della RAF la notte tra il 17 e il 18 agosto 1943 ai danni delle installazioni missilistiche tedesche di Peenemünde. L'incursione, risoltasi in un limitato successo per i britannici, fu il primo atto della più ampia operazione Crossbow volta a distruggere i centri di ricerca, fabbriche e postazioni militari legati alle rivoluzionarie armi di Adolf Hitler.
L’Operazione Crossbow era il nome in codice della campagna anglo-americana, condotta tra agosto 1943 e il 2 maggio 1945, mirata a distruggere tutte le fasi di sviluppo, fabbricazione, trasporto e lancio delle Vergeltungswaffen tedesche (in particolare V-1 e V-2). Coordinata dal Bomber Command britannico e dalla USAAF, coinvolse bombardamenti strategici su siti di ricerca come Peenemünde, impianti sotterranei in Francia, Belgio e Paesi Bassi, e vie di rifornimento; pur limitati nei risultati complessivi, imposero ritardi significativi al programma missilistico
L’Intelligence Service aveva scartato la possibilità di introdurre un agente a Peenemünde: le SS avevano un controllo impenetrabile.
Sandys interpellò anche i migliori scienziati della Gran Bretagna e ne ebbe delle dichiarazioni sconvolgenti.
“I tedeschi hanno ormai a punto dei missili a lunga gittata, sebbene non ne abbiano ancora prodotti in quantità sufficiente. Ma è bene d’altra parte ricordare che proprio in Germania due fisici, Hahn e Strassmann hanno scoperto fin dal 1938 il principio della fissione dell’atomo. Se sono continuati anche gli studi e le prove in questo settore i nuovi razzi potrebbero essere equipaggiati con testate nucleari”.
Sandys, spaventato, inviò un rapporto a suo suocero, Winston Churchill. Seguirono lunghe riunioni presso il Gabinetto di guerra inglese che si conclusero senza un immediato provvedimento. In realtà molti credevano che fosse un colossale bluff della propaganda nazista, quindi fu ordinato un supplemento di inchiesta.
Ora le istantanee scattate dagli aerei mostravano anche nuove costruzioni nella Francia del Nord. Sembravano rampe di lancio ed erano tutte rivolte verso Londra.
Il 29 giugno 1943 ci fu una riunione drammatica, ma Churchill tagliò corto:
“Poiché l’origine dei missili di cui non sappiamo nulla è a Peenemünde, ebbene distruggiamo questa base. Ma non solo le installazioni. Se ci sono i razzi ci debbono essere anche gli scienziati che li hanno concepiti. Sterminiamo gli uomini e metteremo fine anche ai loro lavori. Dev’essere un bombardamento a sorpresa, massiccio e di notte, che li colga tutti nel sonno.”
La Royal Air Force sviluppò una tattica disorientante: per molte settimane prima dell'attacco, i piloti britannici e americani sorvolarono Usedom al loro ritorno dai bombardamenti su Berlino. La difesa aerea dell'isola ricevette ordini severi di non aprire il fuoco e di non inviare caccia in aria per non attirare l'attenzione del nemico sull'isola top secret. Ciò continuò fino al 17 agosto 1943.
Alla vigilia dell'attacco a Peenemünde, il maresciallo della Royal Air Force Sir Arthur Travers Harris convocò gli ufficiali responsabili dell'imminente operazione e li avvertì della particolare responsabilità degli equipaggi e della straordinaria importanza di distruggere questo obiettivo. “Se l'attacco non va a buon fine, si ripeterà la notte successiva. In tal caso, però, non sarà possibile evitare grandi perdite”.
Il 17 agosto 1943 fu avviata l’Operazione Hydra, 597 bombardieri decollarono da Norfolk e scaricarono sull’aerodromo centinaia di tonnellate di esplosivo.
Le prime ondate di bombardieri sorvolarono Usedom nella tarda serata del 17 agosto 1943 senza sganciare una sola bomba. I tedeschi sotto non hanno nemmeno suonato l'allarme antiaereo. All'improvviso si accesero dei bengala sull'estremità settentrionale dell'isola. Fu l'inizio del primo e più potente bombardamento di tutta la storia di Peenemünde. Cinquecentonovantasette bombardieri a quattro motori fecero piovere migliaia di bombe ad alto potenziale esplosivo e incendiarie sull'area proibita e sull'insediamento vicino. Un'ondata di bombardieri seguì l'altra, bombardando a tappeto gli edifici di produzione, le strutture dei banchi di prova e gli edifici dei laboratori. Furono sganciati un totale di 1,5 milioni di chilogrammi di bombe altamente esplosive e incendiarie. La difesa aerea locale si dimostrò impotente, ma i caccia notturni chiamati con urgenza da Berlino abbatterono 47 B-25 Flying Fortresses americani.
Conseguenze del bombardamento e spostamento della produzione
Il generale Dornberger stava dormendo, lo destò un’esplosione assordante. Il letto era pieno di schegge di vetro, le finestre erano sparite. Afferrò il telefono sul comodino, ma la linea era interrotta. Allora, in pigiama e pantofole, si lanciò fuori, verso il rifugio. Sulla porta incontrò von Braun che aveva i capelli coperti di cenere.
Si udì il sibilo di una bomba e i due uomini si gettarono giù per il tunnel di cemento armato. Si trovarono in mezzo ad una folla pietrificata dalla paura. Il generale diede qualche disposizione, poi gridò: ”Von Braun! Gli archivi….i progetti!”. Lo scienziato senza dire verbo tornò fuori di corsa, in un inferno di deflagrazioni. Incurante delle bombe, voleva salvare ciò che aveva di più prezioso, il frutto dei suoi studi.
Nel raid della Raf furono uccisi 178 specialisti sui 4000 che lavoravano nella base. I documenti erano intatti, le installazioni appena danneggiate. In tutto sei settimane di ritardo sui programmi.
Altre fonti parlano di 735 residenti di Peenemünde uccisi, tra loro c'erano molti importanti specialisti, incluso il capo progettista di motori, il dottor Walter Thiel.
Dopo aver appreso della portata dell'attacco, il vice comandante della Luftwaffe, il colonnello generale Jeschonnek, che era direttamente responsabile del sistema di difesa aerea di quell'area, si suicidò. Ma Dornberger e von Braun non si persero d'animo. Assicurarono al capo del servizio di sicurezza di Himmler che i sopravvissuti di Peenemünde sarebbero stati in grado di superare le conseguenze della catastrofe.
In seguito al raid alleato, i tedeschi cercarono dei luoghi sotterranei dove poter produrre le armi di importanza strategica. Per timore di altri attacchi le catene di montaggio dei missili dovevano essere trasferite il più presto possibile.
Curiosità. Esercitazioni su Torino e Milano
Per mettere a punto il complesso piano di bombardamento notturno di Peenemünde, la RAF organizzò all’inizio dell’estate 1943 una serie di incursioni–provini sui centri urbani di Torino e Milano.
- · Scopo: replicare la distanza, il profilo di volo e le difficoltà meteorologiche simili a quelle della rotta verso la costa baltica.
- · Requisiti tattici: testare la precisione dei sistemi di navigazione GEE e Oboe, calibrare gli altimetri radar e addestrare i reparti di “pathfinder” incaricati di marcare il bersaglio.
- · Modalità di attacco: impiego di gruppi di Lancaster con carichi misurati per simulare i 4 000 kg di bombe V-2; voli a bassissima quota sul tratto delle Alpi Occidentali; passaggi ripetuti sui punti di riferimento (fiumi, colline) per verificare i tempi di svolta verso l’obiettivo.
- · Risultati: da Torino vennero raccolte utili fotografie di ricognizione post-raid per valutare deviazioni di tiro; a Milano si misurò la dispersione degli ordigni in relazione ai venti in alta quota. Le correzioni emerse da queste esercitazioni furono poi applicate all’Operazione Hydra, aumentando la probabilità di colpire con un’ondata di oltre 600 bombardieri il cuore di Peenemünde.
James Mc Govern, Hitler non comprese in tempo l'importanza risolutiva dei missili. Stampa sera, 15 settembre 1965
Boris E. Chertok, rocket and people vol 1, 2005
Bonacina, Giorgio. Comando bombardieri: operazione Europa. L’offensiva aerea strategica degli alleati nella seconda guerra mondiale. Longanesi & C., Milano, 1975
Michael J. Neufeld, The Rocket and the Reich: Peenemünde and the Coming of the Ballistic Missile Era, the free press, 1995
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